Sliding Doors

Credete nel destino? La nostra storia è già scritta e ci limitiamo a seguirne il copione o, come pensava Aristotele, ci sono delle scelte che possono aprire nuovi scenari futuri o paralleli? Io credo che su questa Terra, la fine come l’inizio siano definiti, hanno un tempo e un luogo. Perciò, bisogna vivere il qui e ora, poiché al nostro arrivo a Samarcanda la morte ci attenderà puntuale.

La conferma l’ho avuta il 24 aprile 2006, a Dahab – oro in arabo – una località balneare egiziana, situata a meno di cento chilometri a nord di Sharm el Sheikh. Era l’ultima tappa di una bellissima giornata trascorsa con le jeep nel deserto, passeggiando lungo la spiaggia sul dorso dei dromedari, bevendo il tè con i beduini e facendo snorkeling nel meraviglioso blue hole, un buco profondo circa cento metri e largo cinquanta, popolato dai pesci più belli del pianeta.

A Dahab erano appena passate le 19.00 e poco prima avevo acquistato un bracciale, che ancora oggi è il mio portafortuna, al Museo del Papiro, scelto come punto di ritrovo per il rientro a Sharm con le jeep. La guida aveva detto che, poco distante, superando un ponticello, si sarebbe raggiunto il cuore della città: tantissimi negozietti, bar e ristoranti. Mi sono dunque incamminata fra le stradine, verso il centro e poi, non so come spiegarlo, a pochi passi dal ponte, ho avuto la sensazione che qualcuno mi tirasse, suggerendomi di tornare indietro. Per un po’ sono rimasta titubante e confusa come davanti a un bivio: impensabile per me farsi scappare l’occasione di qualche souvenir. Eppure quella vocina interna continuava ad insistere, finché ho voltato le spalle e sono tornata indietro fino al Museo. Dopo pochi minuti ho sentito due rumori sordi, a breve distanza l’uno dall’altro, e poi uno strano silenzio sospeso, riempito improvvisamente dalle urla strazianti delle persone che correvano scomposte per le strade, mentre due colonne di fumo salivano verso il cielo e l’aria si faceva irrespirabile. Tutto intorno si è coperto di polvere, disordine e agitazione. Nella confusione ho visto due ragazzi sotto choc che bussavano disperati a una porta serrata, persone con i vestiti a brandelli, ho sentito l’odore della pelle ustionata e ho cercato di infondere coraggio a una ragazza accarezzandole i capelli, così bruciati, che mi rimanevano tra le mani.

Quel giorno era Sham Ennessim – la festa nazionale egiziana della Primavera – e la Pasqua copta, poco dopo le ore 19.00, un attentato ha causato la morte di 23 persone, tra cui un bimbo e ferito altre 80. Gli ordigni sono esplosi sul ponticello e nel vicino centro.

Ricordo che ho corso più veloce di chiunque altro verso la jeep che mi avrebbe riportata a Sharm, che ho pregato tanto e pianto silenziosamente durante tutto il viaggio, anche quando ci siamo dovuti fermare a un posto di blocco nel deserto. Durante il controllo documenti, mentre i militari verificavano con uno specchio se sotto il mezzo ci fossero bombe, mi sentivo soffocare. Avevo paura e un forte impulso di scappare lontano nel buio del deserto, senza meta e senza ragione. Poi il pensiero è andato ai miei genitori che avrebbero appreso la notizia dal TG e si sarebbero terribilmente preoccupati. Anche in questo caso non so come spiegarlo, poiché le comunicazioni erano totalmente interrotte, sono riuscita per pochi secondi a raggiungere mia mamma al cellulare (che si trovava in Umbria, in una zona con pessima copertura) e rassicurarla che stavo bene.

Le esplosioni sono state attribuite in principio a bombole di gas, solo per non provocare panico tra le persone, ma fin da subito nessuno ci ha creduto. Poi a kamikaze legati ad Al Qaeda ed infine a ordigni telecomandati. Gli obiettivi? Turisti, israeliani, egiziani…nessuno mai saprà la verità. Ma la scia di morte che ha investito tante famiglie di nazioni e religioni differenti non ha spiegazione. Poteva toccare a me, e invece no: sei un sopravvissuto, un miracolato. Pochi istanti, una scelta diversa e il destino cambia per sempre la tua e la vita degli altri. Quel giorno ha sicuramente modificato il modo di vedere le cose, vivere il qui e ora e il valore di ogni singolo momento della vita.

Ps. Ricorderò sempre l’autista e la guida, soprannominata il Delfino – colui che è fortunato – che si sono presi cura di noi, senza dimenticare la tristezza e la rabbia sui loro volti per quello che era appena successo al loro Paese.

Nb. Chissà se proprio l’angelo della morte mi ha portato via di là. Non era giunta la mia ora…non ancora. Mi aspetta a Samarcanda.

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