All’età di quattro anni dividevo il mondo in due categorie: i maschiacci e le femminucce. Una semplice ed esplicativa visione del genere umano, da una parte i maschi irruenti e chiassosi, dall’altra le femmine dolci e delicate. A questa apparente cristallina classificazione, nel corso del tempo, ho dovuto aggiungere una serie interminabile di eccezioni e postille. La prima delle quali non tardò ad arrivare. Si presentò all’asilo sotto forma di lunghe e spesse trecce nero corvino e qualche centimetro di altezza in più, rispetto alla sottoscritta. La bambina trecciuta portava sempre con sé, ben salde nelle mani, due o tre bambole a cui nessuno poteva avvicinarsi. Non aveva legato con qualche bimbo in particolare e ai più non era simpatica. Non so per quale ragione ma, ad un certo punto, decise di provare ad isolarmi dal gruppo delle mie amichette più strette, quelle del cuore, con piccole perfidie che culminarono nell’episodio ribattezzato “Golia”.

Una mattina le mie compagne ed io eravamo sedute su piccoli sgabelli colorati intorno ad un tavolo. Ci raggiunse la bambina dalle lunghe trecce “Allungate le mani!” – cinguettò e con un gesto sorprendente offrì a tutte delle caramelle; quelle alla liquirizia incartate con la stella verde. A tutte, sì, tranne alla sottoscritta. “E a me?” – dissi. “A te no e basta!” – fu la secca risposta, mentre faceva scivolare nella tasca del grembiule il sacchetto di gommose e io ritiravo la mano. Ci rimasi molto male. Perché questa esclusione? Lo ritenevo ingiusto, malvagio e soprattutto senza motivo. Da allora i soprusi non li ho mai digeriti e in quel momento dal pensiero all’azione il tempo fu breve. Dal mio sgabello la tasca del grembiule della trecciuta era proprio a portata di mano e con un rapido gesto di destrezza, degno di un consumato prestidigitatore, avevo la carta della caramella tra le dita e la Golia ben salda sul palato. Che soddisfazione! Nessuno se ne era accorto. Giustizia era fatta! Purtroppo la piacevole sensazione non durò a lungo, giusto il tempo che quel puntino vagante si sciogliesse per lasciare tracce traditrici di liquirizia sulla mia lingua. Appena la bambina dalle lunghe trecce se ne accorse diede inizio al dramma con strilla, urla e pianti. E poi via di corsa dalla maestra a denunciare il furto. Fortunatamente il processo fu breve, la maestra ascoltò la mia difesa, raccolse le testimonianze delle compagne ed emise la sentenza, mitigata dalla mia (fino al quel momento) integerrima condotta. A me disse che non si prendono le cose degli altri, in nessun caso. A lei che se si condivide qualcosa in gruppo è con tutto il gruppo, nessuno escluso.
La verità è che non si può piacere a tutti e dunque vale anche il contrario. Che l’amicizia si conquista e non si corrompe, che non bisogna cedere alle prepotenze e che esistono femminucce perfide e stronze.
Ps. “La perfidia per essere ancora peggiore prende le sembianze della bontà” – Publilio Siro, Sentenze
Nb. Da Pippi Calzelunghe a Mercoledì, da Raperonzolo a Frozen la mia passione per le trecce non mi ha mai abbandonata…nonostante questo vivo ricordo.



