Parti impreparato e lasciati sorprendere

“Cosa ti viene in mente se dico Messico?” Fino a qualche giorno fa avrei risposto cactus nel deserto. Niente di più lontano, oggi risponderei con un colore: verde.

Qui nello Yucatan, quinto stato più povero della Repubblica degli Stati Uniti Messicani, la vegetazione è bassa, fittissima e impenetrabile. Il terreno roccioso permette la crescita dell’agave, che oltre all’ananas dolcissima, vuol dire aloe, tequila e mezcal, un liquore con il verme che se ti capita nel bicchiere tocca masticarlo…pare porti bene.

Tanti volatili che emettono suoni vivaci, circa 280 specie, tra cui l’uccello del paradiso o “serpente alato” tanto caro ai Maya. Popolo di abili astronomi che scrutando il cielo e le sue stelle cinquemila anni fa è riuscito, prima di tutti, a misurare il tempo (circa 2 milioni di giorni ad oggi) scandito da ciò che chiamiamo equinozio e solstizio, con una precisione chirurgica che è rimasta mistero. Come una delle nuove sette meraviglie: il tempio di Chichenitza, perfetto calendario in pietra capace di cadenzare il tempo e i cicli della vita.

Piercing e tatuaggi i segni di questo popolo che si è trasformato da gente pacifica in guerrieri violenti e spietati per un incontro fatale con i Toltechi e un sedicente vichingo che la leggenda vuole identificato dai Maya come incarnazione della divinità…il potere di essere alti e biondi.

Dediti ai sacrifici umani per ingraziarsi gli Dei celebravano riti cruenti come quello di strappare il cuore ai prigionieri di guerra dopo avergli spezzato la spina dorsale.

Anche l’antico gioco della pelota ha un misto di fascino e sangue. Al capitano della squadra vincitrice veniva decapitata la testa. Il motto era giocare, vincere e morire, un grande onore dunque per accedere direttamente al paradiso. Chi poteva essere sacrificato erano i nati in cinque precisi giorni del calendario Maya. Già da bambini venivano indottrinati per questo grande privilegio. Non era escluso alcun ceto sociale e nemmeno le bambine che compiuti i tredici anni venivano gettate dentro ai cenote (grotte naturali di acqua dolce) come le monetine dentro un pozzo. I corpi andavano a fondo poiché le vesti erano riempite di pietre e senza alcuna resistenza dovuta all’effetto allucinogeno del peyote.

Un popolo, quello dello Yucatan di oggi, che viene allattato con il peperoncino e lo mette, una volta cresciuto, anche nella frutta.

Che dorme su di una amaca, rigorosamente appesa in casa, per combattere il caldo.

Che ha la parabola su case modeste, donata dal governo, per permettere l’istruzione via cavo come accedeva da noi con il maestro Manzi negli anni ‘60.

Che festeggia i propri defunti il 31 ottobre e il 1 novembre (i più piccoli) con un pic-nic sulle tombe colorate, tonalità scelta rigorosamente prima di passare a miglior vita, e onora portando teschi di ceramica.

Che contribuisce alla comunità attraverso lavori socialmente utili, compresi i carcerati e gli universitari, quest’ultimi impegnati nell’alfabetizzazione dei bambini delle zone più povere.

Che si affida allo sciamano custode dei segreti millenari delle proprietà curative delle erbe.

Che l’ultimo dell’anno dà fuoco al “viejo”, una sorta di bambolotto dummy imbottito di petardi che brilla in mezzo alle strade portandosi via l’anno passato e qualche ferito.

Che non ti nega un sorriso e che ti offre un assaggio di xtabentú, un liquore antichissimo e buonissimo con anice e miele, prodotto dall’Ape Maya, sì proprio quella della mia infanzia, unica al mondo senza pungiglione.

E per finire voglio sfatare il mito dei moriachi, non ho ancora visto un sombrero in giro. Forse è più facile avvistare il rarissimo giaguaro nero che ha scelto di vivere solo in questa parte di mondo.

Ps. È molto probabile incontrare il coatì, un simpatico e tenero procione, ma è solo apparenza, meglio stare all’occhio perché è un po’ nervosetto.

Nb. In Messico non sparisce nulla, cambia solo di proprietà…apprezzo l’autoironia messicana.

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